Patrimonio: il nostro, di tutti

La questione del patrimonio emerge a Roma in modo paradossale. Roma è la città con la più alta concentrazione di beni archeologici, storici, architettonici e archivistici al mondo, e tra i meglio conservati al mondo, spesso ancora integrati nella vita della città. Tutto questo è ben riconoscibile nei palazzi, nelle chiese, nel sistema viario e nei tessuti edilizi della città, ed è strettamente interconnesso, nel bene e nel male, alla vita quotidiana. Il paradosso emerge tra l’estremo rigore delle istanze della tutela, e la tendenza, altrettanto estrema ma di segno opposto, a disfarsi dei beni delegandone la gestione o perfino trasferendone la proprietà al privato (giustificata dalla mancanza di risorse e dall’incapacità o impossibilità di gestione da parte del pubblico) – invece di apprezzarne la ricchezza e viverla, il patrimonio è trattato come attrazione per i turisti o come fosse un fardello.
Di certo, per i cittadini romani e i loro rappresentanti politici, il patrimonio che abbiamo ereditato da secoli e millenni è una responsabilità enorme. Il patrimonio deve essere obiettivo primario di investimento pubblico e collettivo (non necessariamente solo di risorse economiche), per cui devono essere ideate e rese possibili anche forme di gestione diverse del bene collettivo e comune. Il patrimonio chiede ed implica di assumere una prospettiva di lunga durata, di mettere in discussione i modelli di sviluppo dominanti, fa capire l’insostenibilità dell’economia della rendita -che pure si basa sull’esistenza di un patrimonio-, e implica una ‘nuova imprenditorialità’ guidata dal principio dell’interesse pubblico, del benessere collettivo, della necessità di ricominciare ad immaginare e progettare il futuro attraverso la riscoperta continua del passato come solo modo per dare senso -e poter agire- al presente.