Autori

Ella Baffoni (coordinatrice)
Federico Bonadonna
Barbara Brollo
Massimiliano Crisci
Cristina Giudici
Maria Teresa Palumbo

 

hanno collaborato

Eraldo Affinati (scrittore e insegnante)
Valentina Calderone (A buon diritto)
Carlo Caprioglio (Clinica del diritto, Roma 3)
Michele Colucci (Cnr)
Roberta Cipollini (Sociologia Roma 3)
Andrea Costa (Baobab)
Monica Serrano (Nodo Sankara)
Carlo Stasolla (Associazione 21 luglio)
Livia Turco (Cir, Inmp)

Introduzione


La Roma di Romolo e dei re, la Roma dell’Impero, quella dei Papi, la capitale del Regno d’Italia e poi della Repubblica. Roma, nei secoli, è stata più e più volte rifondata, nessuna città è per sempre. Come sarà dunque Roma tra vent’anni? Come vogliamo che sia?
La capitale dello Stato Pontificio è stata, nei secoli, polo di attrazione di popolazioni provenienti da diverse regioni di un’Italia che ancora non c’era. Alla fine del secolo scorso è iniziato il flusso di migranti dal terzo mondo.

La prima accoglienza, oltre ad essere stata oggetto di grave corruzione, a Roma è stata gestita con modalità che hanno facilitato la segregazione e l’abbassamento di qualità dei servizi. Inoltre, gli effetti dei recenti decreti sicurezza (2018-2019) – che hanno abolito la protezione umanitaria e ridotto le risorse per l’accoglienza e l’integrazione – hanno prodotto gravi ricadute sociali. Ma gli stranieri non sono affatto un problema. O, per meglio dire, i meno fortunati tra di loro condividono l’emarginazione, se non la segregazione, la penuria di servizi sociali e culturali, la fatica di attraversare la città sui trasporti pubblici con ampie fasce di popolazione autoctona, dagli anziani soli alle famiglie mononucleari, dalle donne che lavorano agli studenti delle grandi università alle giovani famiglie con bambini. E’ vero, a volte ci sono stati episodi di conflittualità, ma a ben vedere più spesso è possibile notare che gli stessi bisogni, servizi e spazi di vita, avvicinano nei quartieri tipi di popolazioni diverse.

Nei prossimi anni la complessità delle domande sociali di popolazioni molto composite richiederà agli amministratori della città un grande sforzo di analisi e interpretazione. Va sviluppato un ventaglio di risposte flessibili e multiformi, capaci favorire l’accoglienza dignitosa dei cittadini più in difficoltà, qualunque sia la loro provenienza. E consentendo alle diverse fasce di popolazioni che vivono nella metropoli con esigenze molto diversificate, di condividere la ricchezza delle diversità culturali.

E’ questo il filo rosso del nostro ragionamento. Se abbiamo deciso di di puntare l’attenzione su due gruppi di popolazione che rappresentano il carattere plurale di Roma ed evidenziano marcati elementi di fragilità – i cittadini stranieri di recente immigrazione e i residenti nei campi rom – non dimentichiamo che le relazioni sociali sono complesse: una giovane madre romana che lavora può condividere con la sua vicina ucraina la fatica e la mancanza cronica di tempo per sé. Un anziano che vive ormai solo non soffre diversamente dal muratore egiziano gli ostacoli e le difficoltà quotidiane. Non bastano le case a fare una città, ma una relazione di rispetto reciproco e di giustizia. Una politica nel suo senso più alto che trasformi il mondo (orbs in latino) in urbs: città aperta e inclusiva.

1. Il contesto socio-demografico e l’immigrazione straniera

A partire dagli anni ’70 nei paesi a sviluppo avanzato si sono avviate delle profonde trasformazioni nella struttura della famiglia e nelle relazioni tra i suoi membri, nel quadro della cosiddetta “seconda transizione demografica”. Soprattutto grazie a una più intensa partecipazione al mercato del lavoro delle donne e di rilevanti cambiamenti socioculturali c’è stato il crollo della natalità, l’aumento degli scioglimenti delle coppie e la maggiore diffusione dei single e dei nuclei monoparentali, che hanno ridotto l’ampiezza media delle famiglie favorendone la frammentazione (Crisci, Buonomo, Caruso 2019). Il welfare familista italiano è stato messo a dura prova, soprattutto nelle città, e particolarmente complessa si è fatta la condizione della donna, stretta tra il lavoro per il mercato e il lavoro di cura svolto tradizionalmente nell’ambito della famiglia allargata.

Anche la struttura socio demografica di Roma è stata investita da profondi cambiamenti. Rispetto agli anni ’70 le nascite a Roma si sono più che dimezzate e, a parità di popolazione, il numero delle famiglie è cresciuto di mezzo milione di unità, portando la taglia media delle famiglie dai 3,5 componenti del 1970 ai poco più di due membri odierni.

Particolarmente rilevante anche l’invecchiamento della popolazione, sia in termini assoluti (con l’aumento delle persone anziane legato all’allungamento della speranza di vita), che relativi, con la diminuzione delle generazioni più giovani provocata dal calo della natalità. L’invecchiamento ha prodotto un ampliamento della domanda di cura, coinciso con la fase di indebolimento della famiglia come soggetto “dispensatore” di welfare e con l’avvio di politiche di contenimento della spesa pubblica. In molti quartieri della città compatta ben oltre un quarto dei residenti ha più di 65 anni e uno su dieci ne ha più di 80. Non stupisce quindi che un’ampia quota dell’immigrazione proveniente dall’estero abbia incontrato la crescente domanda di cura degli anziani e dei bambini di un welfare familiare sempre più in difficoltà.

La popolazione di Roma ha recentemente raggiunto la quota più elevata della sua storia, con quasi 2,9 milioni di residenti, soprattutto grazie alle migrazioni internazionali che dopo avere preso vigore a partire dagli anni ’80 hanno gradualmente trasformato la città in senso multiculturale. Nel 2019 vivono stabilmente nella capitale 385mila stranieri (556mila nell’area metropolitana), una componente della popolazione romana rilevante, pari al 13% dei residenti.

Roma è un’area “storica” di immigrazione straniera, insediamento dei primi rilevanti flussi da almeno 40 anni (Crisci 2016; Crisci, Protasi 2019). La capitale offre diversi elementi di attrazione che ne hanno sempre fatto uno dei principali luoghi di primo approdo per l’immigrazione. La presenza delle rappresentanze diplomatiche e consolari di tutti i paesi del mondo la rende un importante luogo di transito dal punto di vista amministrativo. Il suo ruolo di capitale del cattolicesimo fa sì che la Chiesa cattolica si faccia promotrice e coordinatrice di una vasta rete territoriale di assistenza e sostegno agli immigrati. Molte famiglie si sono integrate da tempo, molte persone hanno ottenuto la cittadinanza italiana, e folte sono le seconde generazioni.

La maggior parte degli immigrati a Roma si inserisce nei settori low-skilled del mercato del lavoro e svolge spesso attività poco garantite e a bassa remunerazione, – come avviene sempre più spesso anche ai romani di cittadinanza italiana- ma con un alto livello di integrazione lavorativa, evidenziato da tassi di occupazione molto più elevati rispetto a tutte le altre aree metropolitane italiane. Spesso coloro che si sono messi in viaggio senza famiglia usano la città come importante luogo di transito e hanno un progetto migratorio temporaneo o transnazionale.

La capitale ospita inoltre molti migranti dalla spiccata fragilità socioeconomica – come i richiedenti asilo, i rifugiati e i minori stranieri non accompagnati – che richiedono specifiche misure e servizi di accoglienza e inserimento, spesso erogati in maniera del tutto inadeguata. I numeri di questi ultimi gruppi di migranti sono assai inferiore rispetto a quelli dei migranti economici o per motivi familiari e variano a seconda del grado di apertura delle politiche migratorie oltre che in relazione al verificarsi di eventi esteri, come crisi o conflitti in altre regioni del mondo.

Si tratta quindi di un fenomeno migratorio di lunga durata, variegato ed eterogeneo che ha prodotto una presenza straniera assai composita rispetto ai luoghi di origine: sono infatti 186 le diverse nazionalità rappresentate a Roma tra i residenti. Se fino ai primi anni ‘80 del Novecento erano presenti soprattutto cittadini originari dell’Europa occidentale e del Nord America, oggi le principali aree di provenienza sono l’Europa centro-orientale, (in particolare Romania, Ucraina e Polonia) e l’Asia (soprattutto Filippine e Cina). Meno numerosi gli immigrati dal Sudamerica, in special modo il Perù, e dall’Africa, in primo luogo l’Egitto.

L’elevata integrazione degli stranieri nel mercato del lavoro romano, cui si è fatto cenno in precedenza, è senza dubbio un elemento che ne ha facilitato l’inserimento sociale. Come è usuale nei paesi dell’Europa meridionale, il mercato del lavoro romano assorbe manodopera straniera soprattutto in attività a basso contenuto professionale, solo una quota residuale degli occupati stranieri si trova in fasce professionali più elevate, come tecnico o impiegato.

Ampia è la fascia di lavoro nero o grigio, che vede nei driver, negli sguatteri nei retrocucina dei bar, dei ristoranti e delle pizzerie, negli scaricatori di camion a giornata, e più in generale nei servizi, una miriade di lavoratori che faticano a trovare diritti e cittadinanza, esattamente come i braccianti nell’agricoltura.

Il ventaglio delle professioni è fortemente caratterizzato in base al genere, gli uomini stranieri sono inseriti in una maggiore varietà di occupazioni rispetto alle donne, che hanno nella collaborazione domestica e nella cura il settore lavorativo largamente prevalente, al punto da far parlare per loro anche di segregazione occupazionale. Le collettività straniere più spesso impegnate nelle attività di collaborazione e cura familiare – come Ucraina, Polonia, Perù e Filippine – mostrano una quota di donne residenti particolarmente elevata (tra il 60 e l’80%), mentre altre comunità nazionali, come il Bangladesh e l’Egitto, hanno un modello migratorio spiccatamente “al maschile”, con una quota di donne molto più contenuta (intorno al 25%).

E’ importate evidenziare come le differenti modalità di inserimento delle donne straniere nella società locale e le culture familiari di origine producano anche comportamenti riproduttivi estremamente diversificati tra le collettività che, a loro volta, determinano una differente composizione delle famiglie (Crisci 2010). Le donne appartenenti a nazionalità caratterizzate da un’intensa partecipazione lavorativa “al femminile”, come filippine, peruviane ed ecuadoregne, mostrano bassi livelli di fecondità, simili a quelli delle donne italiane (in media meno di 1,5 figli per donna). Le donne bangladesi ed egiziane, per la loro condizione di donne ricongiunte ai mariti e raramente inserite nel mercato del lavoro, presentano invece una fecondità assai elevata (oltre 3 figli per donna).

Dopo la crisi economica del 2008 gli immigrati stranieri si sono inseriti in una società locale che si trova a dover fronteggiare molteplici squilibri strutturali e congiunturali prodotti dalle dinamiche socio demografiche, dalla difficile conciliazione tra lavoro e per la famiglia per le donne, dal ritardo nel passaggio all’età adulta dei giovani che faticano a trovare alloggi a prezzi accessibili e lavori stabili, dall’elevata quota di neet (giovani che non studiano e non lavorano), di disoccupati e di lavoratori precari. Senza contare che gli squilibri che caratterizzano la città si declinano in modo variabile sul territorio, con grandi differenze tra quartiere e quartiere, e che negli ultimi anni la stagnazione economica ha colpito diversi ambiti del mercato del lavoro, come il settore delle costruzioni, che a Roma ha sempre avuto un ruolo di grande rilievo.

Sono stati persi posti di lavoro in settori strategici, si è esteso il lavoro precario e il tasso di disoccupazione è aumentato soprattutto tra i giovani. I redditi dei cittadini sono stati colpiti anche dall’inasprimento delle politiche fiscali e dal congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, nella capitale storicamente una quota rilevante dell’occupazione. Una congiuntura economica difficile che si somma ad una qualità urbana in netto deterioramento, con i principali servizi pubblici non all’altezza di una metropoli europea, e una forte sfiducia verso le istituzioni e i partiti, rafforzata dalle inchieste giudiziarie sulla corruzione, alla quale la politica fatica a mettere argine.

E’ quindi in una città che attraversa una delle fasi più complesse della sua storia recente che negli anni successivi alla crisi del 2008 si sono stabiliti ben 150mila nuovi immigrati stranieri – che si sono sommati ai 230mila già residenti – e sono stati accolti senza atteggiamenti diffusi di razzismo.

2. Inserimento sociale e sfide per la società di accoglienza

“I decreti sicurezza 1 e 2 con l’abolizione della protezione umanitaria, il taglio dei servizi nell’accoglienza, l’allungamento dei tempi di trattenimento nei Centri per il rimpatrio, la riduzione del numero di coloro che hanno titolo all’ingresso nei centri di accoglienza, la stretta sulla cittadinanza e complessivamente una guerra al no-profit e al terzo settore sono state le bandiere dell’orgoglio sovranista. Ma ancora di più la presunta e declamata chiusura dei porti e la vicenda paradossale della nave Diciotti della Guardia Costiera hanno di fatto confezionato quella politica della sofferenza che è stata immaginata come argine alle partenze dal Nord Africa. Tutto questo è stato condito da un linguaggio aggressivo e a volte di odio teso a costruire culture di inimicizia, a contrastare la connessione sociale determinando danni che sarà difficile riparare”, scrive Mario Morcone, direttore Cir, in “L’accoglienza delle persone migranti”.

Anche se nell’ottobre 2020 i decreti sicurezza sono stati parzialmente corretti, riassorbire i loro effetti non sarà facile né rapido, visti i tempi non agili delle amministrazioni. Infatti tra dicembre 2018 e luglio 2019 nei Cas dell’area metropolitana di Roma sono stati cancellati 600 posti di accoglienza. Nelle 54 strutture di accoglienza gestite dall’Ufficio immigrazione ci sono 2.982 persone: 2.505 nel sistema Siproimi (ex Sprar, in 49 strutture), solo 477 sono accolti nel circuiti cittadini, in 5 grandi centri. Le richieste di accoglienza, invece, riguardano 7.657 persone, molti (1.742 casi) titolari di protezione umanitaria.

La parziale modificazione di quei decreti non ha affatto ripristinato i posti cancellati, né i permessi di soggiorno nel frattempo negati. Sostiene Michele Colucci, storico delle migrazioni: “La questione dei documenti presenta una difficoltà enorme nell’accesso alla burocrazia e all’esistenza in vita. Ci sono violazioni gravi nella questione dei documenti, che cancellano diritti fondamentali. Il certificato di residenza, a Roma, è stato spesso negato a persone di origine straniera, e anche italiani, se vivono in occupazioni o in emergenza abitativa. Molto dovrebbe cambiare nell’atteggiamento dei municipi sulla gestione delle questioni amministrative e politiche. Negli anni ’50 a Roma i moltissimi immigrati interni lottarono contro la legge fascista che negava loro il diritto di residenza, poi abolita nel ’61. Grazie a questa lotta si sono incontrati tanti mondi diversi nel movimento operaio. Oggi bisogna lottare non solo contro i decreti sicurezza, ma per la revisione delle leggi sull’emigrazione. Non è un segreto che i permessi di soggiorno per lavoro e il decreto flussi vengono utilizzati col contagocce o non vengono utilizzati affatto”.

Anche per Carlo Caprioglio- docente di diritto a Roma3 e animatore della “Clinica del diritto”, uno sportello legale tenuto dagli studenti – l’accesso all’iscrizione anagrafica è un tema enorme. “Non avere la residenza impedisce di avere un medico o un pediatra, l’accesso al sostegno al reddito, i sussidi durante le restrizioni del Covid. Abbiamo vinto il primo ricorso a Roma per l’iscrizione anagrafica che il decreto Salvini vietava, impedendo così l’accesso ai servizi dei municipi, ma anche il rinnovo o la richiesta dj permesso di soggiorno. La residenza fittizia, via Modesta Valenti, è un utile strumento, ma ha forti limiti. Le procedure sono lente e non si conciliano con le richieste di permessi di soggiorno, e a volte per i permessi di lavoro la questura chiede una residenza effettiva. In migliaia, italiani e stranieri, vivono in occupazioni abitative, moltissime famiglie vivono come ospiti, o pagano affitti in nero o affittano case non adeguate. Sono persone già in sofferenza sociale, ingiusto negar loro i servizi”.

E poi c’è il problema enorme dello sfruttamento nel lavoro: fenomeno conosciuto in moltissimi settori – dice Caprioglio – dall’edilizia ai servizi alla persona o nelle case, alla ristorazione, alla logistica: “Ma a Roma, uno de principali comuni agricoli d’Europa, c’è anche lo sfruttamento invisibile nei campi, come a Rosarno, Foggia, Latina. Qui ci sono 2.500 aziende piccole o medie, 12.000 lavoratori su una superficie di 60.000 ettari. Spesso i lavoratori alloggiano dentro le aziende, lontani dalle piazze e dai mercati, in una condizione di totale invisibilità”.
Per la comunità di sant’Egidio a Roma sono 8.000 persone senza fissa dimora, più di 3.000 costrette a vivere all’aperto o in ripari di fortuna.

Valentina Calderone, direttrice dell’associazione A buon diritto: suggerisce una strada:
“Sull’immigrazione c’è una sovraesposizione tossica che non si batte a slogan. Anche per una serie di circoli viziosi che si sono prodotti in questi anni. Innanzitutto sulla condizione di irregolarità, prodotta dalle barriere burocratiche e legislative, poi anche sull’accesso all’abitare. Basti pensare alla questione della Penicillina, la vecchia fabbrica abbandonata sulla Tiburtina che era il rifugio per molti migranti. Lì A buon diritto, l’associazione in cui sono impegnata, ha fatto uno sportello e si è scontrata la difficoltà dell’accesso al diritto all’abitare anche per chi lavora. Sono certo lavori precari che consentirebbero di pagare l’affitto di una stanza, ma non i mesi di caparra da anticipare. A cui si aggiunge la diffidenza dei locatori, a cui l’esplosione degli Airbnb consentiva di affittare a breve scadenza ricavando, almeno prima della pandemia che ha bloccato il turismo, più profitto che non per gli affitti a scadenze lunghe. A queste difficoltà si aggiunge l’emergenza annunciata dalla scadenza dei permessi umanitari voluta dai decreti sicurezza e dunque una nuova irregolarità per moltissime persone. Se le persone sgomberate senza alternative non riescono a trovare ospitalità da amici o in altre occupazioni, sono costrette a vivere in ripari di fortuna, in condizioni di emergenza che non fanno che aumentare nei residenti la sensazione di degrado e abbandono, e a volte il rifiuto. La marginalità abitativa è spaventosa, anche se molti dei fondi che gli Sprar avrebbero per sostenere gli affitti non si riescono a spendere e tornano indietro. Rarissime sono le strutture-ponte, quelle della seconda accoglienza, progetti di semi autonomia che diano tempo e consentano un passaggio meno brusco dall’accoglienza alle leggi del mercato. Eppure la questione dell’abitare e della sua qualità non è un problema solo dei migranti, a Roma, è un problema che coinvolge molti romani. Come del resto la marginalità e la povertà. Purtroppo si fa poco. Un peccato: la battaglia su questo tipo di questioni è garanzia di una cultura dei diritti che si espande e funziona da moltiplicatore di sicurezza per tutti”.
Nessuno è in grado di valutare quanti siano i transitanti, i migranti che non vogliono chiedere asilo in Italia ma hanno una meta diversa in Europa. Roma è una delle poche capitali che non prevede accoglienza o servizi per i transitanti. Di questi si occupa, come può, l’associazione Baobab Experience, che ha gestito un campo informale dietro la stazione Tiburtina fin quando non è stato sgomberato. E che ancora oggi porta pasti, abiti e assistenza (sanitaria e legale) a chi vuol proseguire il suo viaggio. Dice Andrea Costa, di Baobab Experience:

“Dal 2015 abbiamo dato assistenza, aiuto e informazioni a novantamila stranieri transitanti. Cinquemila solo negli ultimi 4-5 mesi. Persone che, magari sbarcate a Lampedusa o in Calabria, non intendono fermarsi in Italia ma vogliono proseguire il loro viaggio. Avevamo proposto alla Regione Lazio, inseme a Medici senza frontiere, Medu e alle decine di associazioni che collaborano con noi, di adibire l’Istituto ittiogenico, di fronte alla stazione Tiburtina e chiuso da anni, a centro per transitanti. Un luogo dove quello speciale tipo di viaggiatori possano fermarsi, lavarsi, cambiarsi, magari curarsi e avere informazioni, così da alleviare la fatica di un percorso irto di difficoltà. Oppure attendere soldi o documenti dalla patria. Qualcuno deve curarsi le ferite, fisiche e psichiche, di un viaggio terribile. L’abbiamo occupato per un giorno, l’Istituto ittiogenico, ma la Regione ci disse subito che quello spazio era già stato cartolarizzato, messo in vendita. Costa 3 milioni e mezzo, ma non trova acquirenti. La Regione potrebbe riprenderne possesso e creare un servizio che non esiste. Tra l’altro, lì potrebbe avere sede anche il Museo della migrazione che l’Italia, unica in in Europa, non ha. La stazione Tiburtina è una postazione perfetta perché di lì passano i treni a lunga percorrenza e a basso costo, quelli scelti dai migranti. Gli sgomberi continui di chi dorme all’aperto, Covid o non Covid, sono una vergogna. Come i tentativi di impedirci di portare il piccolo soccorso quotidiano che siamo testardamente in grado di organizzare”.

Eppure servirebbe un luogo dove trovare informazioni e assistenza. Continua Costa: “Non mi piace il termine accoglienza: va sovvertito, per garantire integrazione e un passaggio sicuro dallo sbarco alla frontiera successiva, senza finire nelle mani di trafficanti e sfruttatori. Non sono favorevole ai grandi centri che poi diventano ghetti, ci sono altre forme di accoglienza. Cambiamo il segno della parola accoglienza; così come dovremmo sovvertire la narrazione sulle migrazioni. Il migrante è una persona con la sua storia, pregi e difetti, con i suoi problemi e i suoi desideri”.

Il sistema dell’accoglienza, comunque, riguarda una piccola fetta degli stranieri. La maggioranza trova pesanti ostacoli nel percorso della regolarizzazione e del suo mantenimento. 
Il permesso di soggiorno è necessario per essere considerati legalmente presenti nel territorio e a cumulare gli anni necessari all’ottenimento della cittadinanza. Se non concesso per motivi di ricongiungimento familiare, studio o altre motivazioni umanitarie, è vincolato alla presenza di un contratto di lavoro, documentazione sulla tipologia dell’alloggio e passaporto valido. Tutte queste condizioni non sono semplici. L’immigrato sarebbe molto interessato a un rapporto lavorativo regolare. Eppure, oltre al diffusissimo lavoro nero ci sono anche forme di lavoro “grigio”: retribuzione formale inferiore a quella effettivamente corrisposta, “fuori busta” o inquadramento contrattuale demansionato, che potrebbe portare al non raggiungimento del reddito richiesto: per la cittadinanza, oltre alla residenza continuativa per 10 anni in Italia viene richiesto un reddito dichiarato sopra una certa soglia. In tempi di crescente precarizzazione e lavoro nero la richiesta di reddito dichiarabile è un ostacolo non da poco. E se per i cittadini italiani il lavoro nero o grigio è un danno, il danno si moltiplica per chi dipende dal contratto di lavoro per mantenere i documenti a posto.

Il costante timore di poter perdere il lavoro e le lunghe file agli uffici migrazione sono solo parte delle preoccupazioni di questi nuovi cittadini. C’è il bisogno di casa, di servizi pubblici; di comprendere il sistema in cui ci si trova. Bisogni la cui soddisfazione non è semplice neanche per un italianissimo cittadino, figuriamoci per chi parla un’altra lingua ed è visibilmente “diverso” e per questo spesso trattato con impazienza e discriminato.

Alle difficoltà legali si sommano quelle di inserimento sociale. Tra i diritti negati il diritto alla casa. La ricerca di case in affitto a prezzi accessibili spinge sempre più i migranti – insieme ai giovani italiani – all’estrema periferia, se non fuori Roma, nei paesi dell’hinterland, costringendoli al pendolarismo. E’ anche per questo che gli stranieri sono tra i maggiori utenti dei trasporti pubblici, il ché provoca qualche mugugno e qualche intolleranza. Che si aggiungono alla sindrome dell’arrivo della famiglia nera nei sobborghi, quel fenomeno che fino a vent’anni fa sembrava solo un caso di studio sulla società americana e che invece è diventato d’attualità anche da noi: la preoccupazione per l’arrivo di famiglie “diverse” che potrebbero deprezzare il valore delle case all’intorno. E ancora: non sempre l’accesso alla scuola dell’obbligo è garantita e favorita. Non sempre il sistema sanitario è amichevole con chi ha difficoltà a esprimere la propria sofferenza in italiano.

2.1 Reti migranti e visibilità: sostegno o trappole?

Gli ostacoli burocratici e sociali che accompagnano l’arrivo e la regolarizzazione in Italia fanno ben comprendere la tendenza a riunirsi in comunità su base etnica e nazionale, aiuto irrinunciabile nell’orientarsi in un nuovo contesto. Spesso il migrante arriva a Roma proprio perché sa che qui troverà persone conosciute, se non parenti. Le reti migranti sono un fattore importante sia nell’attrazione di migranti che nel loro processo di socializzazione nel nuovo contesto. Reti che proteggono ma possono essere anche un ostacolo. Consideriamo i casi della comunità bangladese e cinese, le più concentrate spazialmente e quindi le più visibili.
Affidarsi alla propria rete etnica di riferimento per soddisfare, ad esempio, il bisogno della casa è sia una tendenza all’affiliazione verso i proprio simili, tanto più forte quanto diversa lingua e cultura d’arrivo, che una necessità, viste le barriere comunicative, legali e di fiducia. “Chi ce l’ha fatta” è ben consapevole della ricattabilità dei nuovi arrivati, che vedono la propria possibilità di permanere legalmente in Italia a fronte di un domicilio e un lavoro costanti. Alcune pratiche di sfruttamento e speculazione, proprie di una certa tradizione bangladese, non potrebbero innestarsi se non in un terreno fertile come quello della scarsa legalità permessa in ambito lavorativo e abitativo (Priori, 2012). Questo può portare, e porta, ad approfittarne, pagando poco ed affittando posti letto in appartamenti sovraffollati. La catena di sfruttamento non esime da responsabilità i proprietari, di case e di attività commerciali, italiani che hanno trovato un’occasione speculativa nell’affittare spazi ed abitazioni a stranieri a prezzi maggiorati rispetto al valore di mercato. Inutile quindi puntare il dito sulle “barbare” usanze altrui, quando è l’opacità legislativa e la scarsa capacità dei servizi pubblici di intercettare chi è nel bisogno a renderlo preda di approfittatori. 
La comunità cinese è tra le più radicate e numerose, anche se è probabilmente sovrastimata dato che la principale attività lavorativa, a Roma, è nel commercio e nella ristorazione, settori di grande visibilità nello spazio pubblico. Il progetto migratorio di questa comunità è molto preciso, spesso si tratta di investimenti di capitale da parte di imprenditori già tali in Cina e che poi, a catena, attraggono altri connazionali come lavoratori. Anche qui la comunità può essere un luogo di emancipazione ma anche pesante vincolo, data la pratica del debito contratto per poter immigrare, ripagato anche dopo anni. Va segnalato comunque che gli universitari cinesi e i giovani studenti sono attivi nel mondo dell’associazionismo, e Associna è stata una delle chiavi del movimento delle seconde generazioni.

Uno studio riportato nel volume “Il vicino cinese analizza la rappresentazione della comunità cinese nella stampa romana. Considerando i tre principali quotidiani locali negli anni 2000-2003, anni del boom di arrivi cinesi particolarmente visibili nel quartiere Esquilino, si nota come la stampa ricalchi pesantemente gli stereotipi negativi, ad esempio chiamando “Chinatown” il quartiere nel 40% degli articoli in cui si parla della comunità cinese. Percentuali inferiori, ma significative, associano spesso la mafia alla comunità. Se non si può pretendere che siano i giornali a dare un’immagine non mistificata e che incoraggi incontro e dialogo, certamente è necessario incoraggiare l’amministrazione affinché promuova attività di conoscenza e scambio tra parti costituenti della propria società.
Le reti di migranti possono essere uno strumento di emancipazione come anche gruppi chiusi che la ostacolano. Per la società d’accoglienza la sfida è quella di trovare i mezzi per convertire un potenziale problema in risorsa. Una società in cui i cittadini, e non, siano liberi di accedere ai servizi fondamentali e socializzare senza barriere è una società migliore.

3. La questione Rom


A Roma nelle periferie sono stati segregati di fatto i «reietti della città». Intorno e all’interno degli spazi di risulta dei grandi blocchi di case popolari in condizioni di degrado perché senza manutenzione da anni, sono stati infatti collocati o si sono aggregati spontaneamente, baraccopoli, “campi rom”, centri di accoglienza per stranieri o per minori stranieri non accompagnati, residence per l’emergenza abitativa, occupazioni di movimenti di lotta per la casa. A cui si aggiungono enormi centri commerciali; i blocchi dei quartieri abusivi “polverizzati”, che consumano ampie porzioni di suolo; i “nuovi” quartieri-dormitorio (che ricalcano il modello degli anni ’50) sorti a partire dalla metà degli anni ’90, e dalla limitatissima offerta del trasporto pubblico che condiziona pesantemente il diritto alla mobilità. Un’azione segregante in un territorio dove coesistono sistemi abitativi diversi (case popolari, occupazioni, residence, baraccopoli, campi rom, eccetera) quindi abitanti molto diversi fra loro che limitano l’interazione al minimo.

Questo fenomeno, frutto di abbandono politico che ha prodotto marginalità, aporafobia e razzismo, sono (ancora) affrontabili, a livello centrale, cioè dallo Stato, con politiche serie di riqualificazione urbana e sociale. Procrastinare questo genere di intervento oppure affrontarlo con azioni tampone, può al contrario portare a collassi sociali diffusi e derive violente.3.1 La segregazione “amichevole” nei campi rom

La segregazione “amichevole” nei campi rom nei campi rom di 7.000 rom e sinti per 25 anni ha alimentato odio razziale, esclusione e senso di pericolo. Le centinaia di sgomberi a tappeto di campi che si sono succeduti senza sosta tra il 1998 e il 2013 hanno spalmato su tutte le periferie romane la questione rom. Nessuno sa quanti siano stati, però un manifesto del centrosinistra per le elezioni comunali del 2006 rivendicava che a Roma «in 5 anni sono state spostate 8.000 persone dagli insediamenti abusivi». Una media di 1.600 persone all’anno, oltre 113 al mese, quasi 5 persone al giorno. Secondo l’Associazione 21 Luglio uno sgombero costa 1.250 euro a persona (Campi-Nomadi Spa, 2013): nel primo quinquennio di Veltroni sono stati spesi oltre dieci milioni di euro per “spostare” le persone che sono andate in altre occupazioni o in nuove strutture.

Va notato che i rom, che pure sono portatori di una cultura peculiare, sono in larga parte italiani. E che un paese incapace di interpretare e valorizzare le culture dei suoi cittadini, e dar loro spazio, non è moderno, né civile.

Alla fine degli anni ’80, il campo rom nasce come luogo di una ambigua “tutela culturale” dove sono stati creati spazi per soli rom con l’intento di salvaguardare appunto una cultura altra, “diversa”. In quella fase, e durante l’era Rutelli (1993-2001), i campi sorgono nel rispetto della legge regionale del Lazio, dentro la città. Negli anni tra il 2001 e il 2008 i campi, sempre più ai margini della città, diventano un luogo separato. E l’indotto intorno al “sistema dei campi” è diventato sempre più costoso. Esempi classici di questo modello sono i campi di Castel Romano e di Salone.

Durante la giunta Alemanno (2008-2013), con l’esplicita volontà di allontanare i rom dal centro, il campo diventa il luogo della sicurezza con l’emergenza nomadi, con schedature, videocamere e presidi di vigilanza. Infine per la giunta Raggi (2016-oggi) il campo è il luogo dell’abbandono. Sono stati eliminati tutti i servizi ed è stata veicolata un tipo di etica del lavoro completamente avulsa dalla realtà. L’impatto politico e sociale (per tacere di quello psicologico sui rom) dei campi è stato devastante.

Nel 2007 erano cinquemila i rom che vivevano nei 23 campi allestiti dal Comune e diecimila quelli sparsi in una trentina di baraccopoli spontanee. Il prefetto Serra sentenziò: «dovranno lasciare la città e fare i nomadi». Nel 2015, in perfetta continuità culturale, Giorgia Meloni affermerà che «i nomadi devono nomadare». Il nomadismo non è la chiave di lettura del “mondo zingaro”, ma il frutto avvelenato di un orientamento politico. L’Italia è l’unico paese europeo in cui gli enti locali investono milioni per istituzionalizzare i rom in “campi”.

I cosiddetti “zingari” – che nomadi non sono – sono sempre riusciti a vivere vicino ai non-zingari offrendo loro servizi “di nicchia”, assenti in certe zone del territorio. La loro flessibilità lavorativa messa a disposizione dei non-zingari per la sopravvivenza del proprio gruppo, è dimostrata dagli stessi nomi conservati presso alcuni gruppi. Ciò dimostra un evidente legame storico tra popolazione maggioritaria e rom e sinti che un tempo svolgevano servizi come giostrai, calderai o allevatori di cavalli, mentre oggi hanno riadattato questa duttilità al commercio itinerante (cioè indirizzato lì dove c’è lavoro). Sarebbe più utile indagare il costante rapporto intrattenuto dalle singole microcomunità con la popolazione maggioritaria in specifici territori e incentivare la ricostruzione di questa storia comune con i non-zingari.3.2 La segregazione “amichevole” nei campi rom

Quando Alemanno vince le elezioni nel 2008, la spesa annua per tamponare la cosiddetta “emergenza sociale” superava i 40 milioni di euro tra servizi di accoglienza per l’emergenza abitativa (i Caat, centri di assistenza alloggiativa temporanea detti anche residence), campi rom, centri di accoglienza temporanei, il tutto in assenza di una politica per la casa, né una di contrasto alla povertà né per la riqualificazione delle periferie.

Il 21 maggio 2008, il presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, in seguito agli attacchi avvenuti ai danni degli abitanti di alcuni insediamenti rom a Ponticelli (Napoli), emana il Dpcm “Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia”. L’emergenza sarebbe dovuta durare fino al 31 maggio 2009, ma un altro decreto lo proroga al 31 dicembre 2010 estendendolo anche alle regioni Piemonte e Veneto.

Il “Piano nomadi” di Alemanno è del luglio 2009 e conta tredici villaggi attrezzati per accogliere circa 6.000 tra rom e sinti per un costo annuale di 20 milioni di euro. Ma nel 2013, i rom saranno circa sette mila, distribuiti in tre differenti tipi di insediamento: otto villaggi (3.680 persone); nove “campi tollerati” (1.310); duecento insediamenti informali (2.000). Secondo le principali organizzazioni per i diritti umani, gli insediamenti spontanei sono raddoppiati, mentre nei villaggi attrezzati le condizioni di vita degenerano ulteriormente (Associazione 21 Luglio, Agenda Rom e Sinti, Dall’ossessione securitaria alla solidarietà responsabile. Sei punti per voltare pagina a Roma, 2013). Le politiche segregative per i rom sono portate al limite estremo con il villaggio de La Barbuta ampliato nel 2011. A ridosso dell’aeroporto di Ciampino quell’area vincolata è incompatibile con qualsiasi insediamento umano. Ma l’amministrazione non tiene conto delle raccomandazioni del commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks che presenta un rapporto alle autorità italiane: «[gli sgomberi forzati con trasferimenti a La Barbuta] non si possono conciliare con la nuova ottica imposta dalla Strategia nazionale d’inclusione dei rom già in vigore in Italia. Piuttosto, si evince una sfortunata continuità della precedente politica emergenziale. […] Quella politica aveva alimentato una serie di sgomberi forzati sistematici senza precedenti, spesso anche a catena, senza alcun riguardo per le circostanze personali dei soggetti interessati, né per le garanzie procedurali» (Undp – Rapporto di Nils Muižnieks, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa a seguito della visita in Italia dal 3 al 6 luglio 2012) .

Secondo le stime dell’Associazione 21 Luglio (Agenda Rom e Sinti, cit.), sono stati almeno 460 gli sgomberi dei campi informali effettuati tra il 2009 e il 2013, costo complessivo sette milioni di euro. Dieci volte più di quanto aveva speso il comune per l’inclusione lavorativa di soggetti rom svantaggiati nel medesimo periodo (nella stima sono conteggiate le spese per la rimozione dei rifiuti, per l’impiego delle forze dell’ordine e delle unità di strada). Le famiglie rom ripetutamente coinvolte negli sgomberi sono state circa 480 (2.200 persone), con una spesa pro capite superiore a 14 mila euro, spesi per far vagare un nucleo da un capo all’altro della città senza alcun progetto.

Una politica che ha snaturato il concetto di welfare, che produce segregazione e che causa grandissime sofferenze umane, ha anche irragionevoli costi economici. In questo senso, solo negli anni di Alemanno, il comune di Roma ha speso oltre 60 milioni di euro per ghettizzare i rom.

Ma attenzione, avverte Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio: limitarsi a puntare il dito solo contro i primi cittadini – che hanno raccolto il sentire comune e agito di conseguenza – non basta, se non a cancellare le molte corresponsabilità. C’è bisogno di un profondo esame di coscienza di tutta la città. Come mai le associazioni sono state, in quegli anni, così incapaci di una riflessione autocritica sul loro lavoro sociale?3.3 La destra estrema avanza dove la politica arretra: i fatti di Casal Bruciato

Alcuni abitanti delle periferie consolidate tipo Casal Bruciato, molti tra i quali quarant’anni anni fa vivevano nelle baracche, usano i fascisti per cacciare i rom dalle case popolari. I fascisti utilizzano rabbia e paura per radicarsi sui territori. Gli abitanti che hanno riscattato gli immobili, unico bene in un contesto di abbandono, alcuni occupano gli appartamenti delle case popolari che si liberano per riservarli a parenti o affittarli a privati. La concezione privatistica dei beni pubblici fa infatti parte di una mentalità antica, diffusa e radicata; la giunta Marino cercò di prevenire la compravendita e l’uso privatistico di case popolari con una squadra di vigili urbani, immediatamente smantellata dall’amministrazione seguente. Un amministratore che voglia cambiare le cose dovrebbe tenere conto di questa forma mentis: come con la mafia, comprenderla è l’unico modo per sconfiggerla.

“Basta case ai rom”, scandivano quelli di CasaPound durante il presidio. Ma a Roma i pochi appartamenti popolari a disposizione (nel 2018 ci sono state 500 assegnazioni di case popolari: con questo ritmo ci vorrebbero oltre trent’anni per soddisfare le 16.000 richieste) 15 sono di grandi dimensioni e destinati a famiglie numerose, dunque in prevalenza rom. “La gente qui votava per noi”, si sente spesso dire dalle parti della sinistra che, ad ogni elezione, ripropone lo slogan: “Ripartiamo dalle periferie”. Eppure, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, non c’è stato un sindaco che non abbia detto che bisognava accorpare e concentrare i campi rom in pochi grandi agglomerati e spostarli «fuori dal Gra, a trenta chilometri dal centro» come se lì non vivesse un terzo dei romani, come se le periferie fossero discariche abitate da vite di scarto.

4. Prospettive e proposte per una Roma plurale


Proposte sulla questione Rom. Se si vuol sciogliere il nodo, intanto va disfatto quel che si è fatto, gli arbitrari atti di segregazione per quanto “amichevole”. Poi bisogna utilizzare in un altro modo l’ingente spesa sociale. Per tamponare la cosiddetta emergenza (campi rom e centri di accoglienza temporanei) il bilancio comunale ha speso più di quaranta milioni l’anno, ma non un soldo per le politiche per la casa, per il contrasto alla povertà, per la riqualificazione delle periferie, temi che interessano non solo i rom ma anche una buona fetta di romani. E nemmeno per la rimozione dello stigma, che segue come nell’antica leggenda dell’ebreo errante, questa popolazione. Fino allo sterminio nazista, il Porajmos.

Alcuni utili spunti sono nelle Linee guida nazionali dell’Unar per il 2012-2020, ricche di indicazioni purtroppo non praticate. Come l’affiancamento dei bambini a scuola e nelle attività extrascolastiche (con educazione di strada, doposcuola, mediazione in aula), così da stemperare l’altissimo livello di abbandoni scolastici e portare i più interessati fino all’università. Promuovere la partecipazione delle donne, anche con la mediazione culturale, ai servizi sociali e ai consultori (consultori che andrebbero moltiplicati nel territorio, non accorpati e ridotti come avviene ora). Facilitare l’accesso alla casa, inclusa l’edilizia pubblica, e ai servizi alla persona.

Del resto i rom che oggi vivono nei campi sono un’esigua minoranza, 9 su dieci vivono in casa. “Sono semplicemente baraccati, sono poveri – sostiene Carlo Stasolla – E hanno già strumenti per cavarsela, si tratta di sostenerli. Il 65% di chi vive nei campi nell’ultimo biennio ha ottenuto contributi economici statali. 735 abitanti nei campi hanno reddito di cittadinanza. 1267 persone dei campi hanno avuto sussidi alle spese tra aprile e maggio 2020. Tra il 2018 al 2020, 548 rom sono entrati nelle case popolari senza alcun problema. E’ una generazione di baraccati che vuole includersi, che vuole strumenti ordinari, che non ha bisogno di piani rom con bandi milionari i cui risultati sono la segregazione e la stigmatizzazione dei cittadini. Occorre promuovere dal basso azioni e servizi che diano cittadinanza reale. Un esempio? Nell’area F di Castel romano vivevano 90 cittadini rom, hanno fatto un percorso di attivismo civico, sono andati in Campidoglio per chiedere lo sbocco dell’accesso alle case popolari, diritto di tutti. Dopo 6 mesi di battaglia nel silenzio della città senza alcuna solidarietà, oggi sono in casa: con strumenti ordinari e con un modello partecipativo hanno vinto la loro battaglia. Il problema siamo noi, le nostre teste che considerano ancora queste persone irriducibilmente diverse e bisognose di strumenti speciali. Sono semplicemente baraccati, che vivono in povertà e esclusione e che hanno bisogno di un percorso dal basso che li porti a una cittadinanza piena. Si tratta per noi di cambiare paradigma e cercare percorsi nuovi: chi vive nei campi è un’umanità povera e in difficoltà”.

Il futuro delle migrazioni. E’ possibile individuare regolarità nelle tendenze migratorie nell’area romana per immaginare con qualche fondamento quali potranno essere gli scenari futuri nel breve periodo e nell’ipotesi che il quadro sociale ed economico odierno non subisca sconvolgimenti (Sonnino et al. 2011). Nei prossimi anni gli immigrati stranieri dovrebbero continuare a trovare occupazione nei settori lasciati scoperti dalla forza lavoro locale. Da un lato, l’accentuarsi dell’invecchiamento creerà una maggiore domanda di lavoro di cura e assistenza per anziani e bambini, dall’altro l’ingresso in età lavorativa di generazioni autoctone meno numerose di quelle attuali potrebbe ampliare la futura domanda di lavoratori stranieri anche ad ambiti produttivi più qualificati rispetto ad oggi.

Gli scenari migratori nel medio e, ancora di più, nel lungo periodo rimangono invece del tutto imperscrutabili. Non si possono prevedere in modo puntuale le crisi economiche (che possono stimolare o deprimere i flussi migratori), le crisi ambientali e i conflitti regionali che producono profughi (si pensi alla Siria o alle recenti primavere arabe) o che, come nel caso della Libia del “dopo Gheddafi”, aprono improvvisamente nuove rotte migratorie verso l’Europa e verso il nostro paese, come luogo di transito o di insediamento più o meno stabile.

L’inserimento delle seconde generazioni rappresenta la sfida futura più importante per Roma. E’ davvero un brutto segnale il lunghissimo stand by delle tante proposte di legge sulla cittadinanza di chi è nato in Italia, le cosiddette seconde generazioni. Eppure, come mostra il volume di Igiaba Sciego e Rino Bianchi, “Roma negata”, o il film “Bangla” di Phaim Buyan, ci possono offrire preziose occasioni di rilettura della città da prospettive diverse. Dalle opportunità che avranno i figli degli immigrati dipenderà se la città andrà incontro a crescita e innovazione sociale, culturale ed economica, o a nuovi squilibri, se possibile ancora più accentuati di quelli odierni. Si tratterà quindi di dare dunque alle seconde generazioni gli strumenti per evitare che si inseriscano nella nostra società come cittadini di serie B e più in generale di garantire una varietà di risposte alla popolazione plurale che vive nella città senza intaccare i criteri universalistici delle politiche pubbliche urbane.

Finora però il diritto di cittadinanza, invocato nel 2007 dal presidente della repubblica Napolitano, e proposto da due testi di iniziativa popolare (una sul diritto di cittadinanza, l’altro per il voto amministrativo) dalle associazioni di “L’Italia sono anch’io”, e che hanno raccolto più di 200.000 firme in pochi mesi ancora aspettano la calendarizzazione in Parlamento.

Un atteggiamento inclusivo, l’incoraggiamento al mantenimento della lingua materna anche nella scuola, l’inserimento nei programmi curricolari ed extracurricolari di elementi delle culture di appartenenza non sono di diretta responsabilità comunale, ma certo gli uffici scuola hanno modi e mezzi, oltre alle competenze, per sostenere questo percorso.

4.1 La sfida dell’accoglienza

Come rendere le nostre città capaci di accogliere e di sostenere la vita, soprattutto quella più fragile delle persone in difficoltà? Grandi paesi ma anche piccole città in anni recenti hanno saputo porsi questa domanda, sperimentando strategie diverse ma non necessariamente alternative, certamente riproducibili.

Affidamento temporaneo di strutture in disuso. Partiamo dal centro di Parigi, proprio alle spalle della elegante Fondazione Cartier. Qui l’ex ospedale Saint-Vincent-de-Paul, costruito nel 1795 e dismesso nel 2010, diventa a partire dal 2011 il più grande esperimento europeo di “pianificazione urbana temporanea”. Quando infatti il Comune di Parigi destina l’area alla costruzione di un eco-quartiere, l’Assistance publique Hôpitaux de Paris (responsabile del sito), considerando i tempi lunghi del progetto, propone all’associazione Aurore (da fine ‘800 specializzata nell’accompagnamento di persone in condizioni precarie verso percorsi di inclusione) di utilizzare l’ospedale per far fronte alla crescente emergenza di senza casa.

Aurore, divenuta responsabile di una prima parte del sito, vi allestisce 300 posti letto e, in un crescente rapporto di fiducia, nel 2014 riceve in gestione l’intera area (34.000 mq). Il municipio pone allora un vincolo preciso sulle modalità di utilizzo del luogo, chiedendo di rendere la struttura aperta al quartiere e alla città. Altre due associazioni diventano così parte integrante della trasformazione temporanea del luogo: Plateau Urbain, cooperativa specializzata nel rilanciare edifici vuoti attraverso start-up e imprese sociali, e Yes We Camp, un collettivo di architetti specializzati nella trasformazione di spazi condivisi attraverso la costruzione di attrezzature temporanee. L’idea è che le capacità diverse delle tre associazioni possano dar vita ad una forma innovativa e dinamica di spazio pubblico, attraverso l’uso di risorse generate esclusivamente sul luogo, con l’affitto degli spazi (a copertura dei costi di gestione), la ristorazione e l’offerta di servizi come il camping.

Così, in un’atmosfera di festa, vacanza, ed auto-gestione, l’ex ospedale, rinominato Les Grands Voisins, ha ospitato quasi 3.000 eventi pubblici, che hanno visto al lavoro 2.000 volontari, con la creazione di 150 posti di lavoro retribuiti, per un totale di 1000 visitatori al giorno che hanno condiviso gli spazi con alloggi di oltre 600 senza casa. Qui la politica ha accettato e vinto la sfida di accogliere in centro piuttosto che in periferia, e di fare dell’ospitalità, della multiculturalità e della creatività le leve di una res publica capace di mettere in movimento una immaginazione plurale e condivisa.

Costruzioni leggere e mobili, in Germania. Nell’agosto 2015 la cancelliera Merkel decide di rispondere all’ondata di profughi in arrivo a piedi dalla rotta balcanica sospendendo unilateralmente il trattato di Dublino: tutti i siriani verranno accolti, a prescindere dal loro percorso e dal primo paese in cui hanno messo piede entrando in Europa. In un eccezionale sforzo organizzativo comuni e stati federali, architetti e urbanisti, società di costruzioni e volontari vengono chiamati a rispondere all’emergenza: progettando e realizzando alloggi minimi ma di qualità, sostenibili nel medio termine: il tempo di ottenere lo status di profugo (tre mesi in Germania!) e di fare un corso professionalizzante prima di trovare un lavoro e dunque una casa “normale”.

Il progetto simbolo di quel momento è l’allestimento degli hangar in disuso dell’aeroporto di Tempelhof. Dentro gli enormi spazi che un tempo ospitavano la costruzione degli aerei, trovano alloggio circa 2.000 rifugiati provenienti da Siria, Afghanistan, ed Iraq, in un sistema ordinato di stanze, senza soffitto, ma capaci di offrire uno spazio individuale per famiglia: 25 metri quadri di semi intimità, scanditi dalla maglia regolare di pannelli prefabbricati. A cui si aggiungono gli spazi con servizi comuni e per la collettività: una gigantesca serra in legno e tela, diafana e polifunzionale, con al centro un giardino e intorno spazi per laboratori, giochi, attività didattiche e sportive.

In alcuni casi, come negli appartamenti per rifugiati e homeless di Ostfildern, e quelli per rifugiati ed inquilini a basso reddito ad Oranienburg, i progetti portano a coabitare utenze diverse, così da accelerare il processo di integrazione.

Riace, recupero di saperi e paesi abbandonati. Tutti conoscono, è stato un caso nazionale, la vicenda del sindaco di Riace Mimmo Lucano, la cui attività è stata sospesa da una inchiesta giudiziaria che si sta via via sgonfiando. La novità di quell’esperienza è stata il saper coniugare l’esigenza di ripopolamento del paese in via di abbandono (all’inizio del 900 aveva 2.500 abitanti, negli anni ’90 erano rimasti solo un centinaio di anziani. Niente scuola né medico, né negozi) con il bisogno di accoglienza e di attività lavorativa dei profughi o dei richiedenti asilo. L’accoglienza diffusa, il turismo solidale, le nuove produzioni, il riciclo dei rifiuti, sono risultati che, se pure momentaneamente cancellati, hanno fatto scuola. Una strada non soltanto possibile ma utile in un paese, l’Italia, che sta drammaticamente invecchiando. Una pratica che, se non va replicata pedissequamente, suggerisce una visione a una città come Roma che ha un disperato bisogno di accogliere nuove vite e ricevere nuove cure.

4.2 La sfida dell’integrazione.

Come si governa il cambiamento? Come si colgono le potenzialità e la ricchezza della diversità? Ci vuole cultura, innanzitutto. Ci vuole un’amministrazione che sappia risolvere con semplicità il problema dei documenti (residenza, anagrafe, carta di identità). E delle norme che non consegnino alle prefetture la gestione dell’immigrazione anche dopo l’ingresso. Il dopo spetta ai comuni: alle città.

Rendere i servizi accessibili agli stranieri e alle fasce più fragili della popolazione significa più servizi per tutti. Perché favorisce un senso comunitario che si è perduto”. E’ il pensiero di una assistente sociale della Asl Rm1, impegnata anche nelle attività della Comunità di sant’Egidio nella zona Appio San Giovanni. Roma, dice, è una città di persone sole, impaurite. Nei quartieri un tempo c’erano il centro anziani, i consultori, i comitati di quartiere, diverse sezioni di partito, le parrocchie.

Quel che manca, dice, sono i luoghi di incontro: “Non tanto per gli stranieri con le loro comunità, quanto per le comunità tra loro e con noi; favorire la conoscenza aiuta a capire i bisogni, le domande. Sì, sul territorio c’è una gran ricchezza di impegno, cultura e socialità. Ci sono le scuole di italiano, ci sono associazioni che fanno un gran lavoro. Però ognuno nel suo campo. Bisognerebbe mettere in rete Asl, municipi, associazioni, scuole: così da intercettare e capire i bisogni. Prendiamo il campo sanitario: sulla carta, la legge è perfetta, il problema è l’esigibilità vera. Il piano regolatore sociale? Ottima cosa, ma da solo non è sufficiente. L’amministrazione pubblica dovrebbe essere garante e promotore proprio di questo: l’incontro, la capacità di dare risposte, la garanzia dei diritti”.

Un altro suggerimento viene da Valentina Calderone, direttrice dell’associazione “A buon diritto”:

“Non investire nell’integrazione è un errore, la mossa politica più sbagliata. Eppure ora non si investe in strategie complessive, né nei centri di accoglienza. Il piano Minniti del 2017 prometteva inserimento socio-lavorativo, assistenza sanitaria, formazione linguistica, ricongiungimento familiare, istruzione e riconoscimento dei titoli di studio, oltre all’accoglienza diffusa. Ma ha mantenuto poco. Per fortuna ci sono sul territorio molte associazioni che offrono un lavoro (volontario) egregio. Da quel che si muove attorno alla scuola Di Donato all’Esquilino, all’associazione Asinitas e alla scuola Pisacane a Torpignattara, che lavorano molto con le donne, spesso segregate in casa dal muro della lingua e delle consuetudini culturali ma che lì trovano corsi e cinema e possibilità di fare teatro. Ottima l’idea di utilizzare le scuole e le loro risorse per un lavoro sociale: purché ci sia un lavoro di comunità che faccia rete. Comitati di quartiere, associazioni, centri culturali, se questo tessuto è vivo le iniziative crescono e la scuola può diventare il centro anche organizzativo del territorio. Inutile invece cercare di costruire un modello astratto, indipendentemente dai bisogni e dalle possibilità. I diritti non sono una cosa astratta, né privatistica: più diritti per uno vuol dire più diritti per tutti”.

Biblioteche e scuole aperte. Cruciale è aprire la possibilità di incontro. Le biblioteche pubbliche, che già ospitano corsi di lingua italiana e incontri sulle migrazioni, potrebbero essere aperte – e non solo in esperimenti pilota, che infatti danno buoni frutti – alle culture di altre lingue, magari ognuna specializzata in un ceppo linguistico, e organizzare incontri di letterature e teatro e cinematografia straniere. Sarebbe possibile coinvolgere in queste attività persone che, provenienti da quelle culture e spesso molto colte, lavorano oggi nelle famiglie come badanti o colf.

Nella nostra città, nei nostri quartieri si intrecciano percorsi diversi, a seconda che si sia in coppia, genitori, lavoratori, precari. Sempre più è difficile mescolarsi: una volta nei quartieri c’erano il centro anziani, la sezione di diversi partiti, le parrocchie… luoghi di incontro per persone che hanno età, lavori, tempi diversi. E anche provenienze, lingue e culture diverse. Il lavoro di comunità che fanno alcune associazioni nati attorno nelle scuole (alla scuola Pisacane a Torpignattara, alla Di Donato all’Esquilino, ma gli esempi possono moltiplicarsi) potrebbe essere un esempio. E si potrebbe partire dalle scuole, se potessero diventare il centro anche organizzativo del territorio, se si ha la volontà e la capacità di aprirle, di coinvolgere in un lavoro comune associazioni diverse, istituzioni, associazioni etniche.

Così Felicita Rubino, maestra della scuola Pisacane, racconta il lavoro di anni nella sua scuola. “Nella nostra scuola un gruppo di docenti e genitori si sono incontrati grazie a un grande pedagogista, Antonio Antonucci. E sono nati una serie di progetti, in autofinanziamento, in collaborazione con altre associazioni del territorio. L’intercultura ha bisogno di risorse, che non ci sono. Così abbiamo costruito un tessuto affettivo e solidale, di mutuo soccorso, feste e progetti, corsi per le mamme, un tessuto in cui siamo cresciuti insieme. Ma si può progettare ancora: perché non riunire tutte le autorità religiose di un quartiere come Torpignattara, dove ci sono musulmani, sikh, buddisti, ebrei, atei, cristiani, e ragionare insieme? Perché non discutere delle questioni di genere e di educazione sentimentale? Ancora: avviare corsi di lingua madre; avere una mensa “giusta”, dove i bambini possano scegliere quel che sono abituati a mangiare e anche esplorare nuovi sapori. Sembra una bagatella, ma gli ostacoli burocratici sono enormi, bisogna lavorare su più fronti. Ogni scuola dovrebbe avere un progetto e una relazione tra insegnanti e genitori. Un buon passo avanti è l’annuncio del Piano Estate del Miur: i miei studenti, che spesso non hanno altre possibilità potranno fare sport e altre attività insieme. E’ un piano straordinario che dovrebbe diventare ordinario”.

Nelle scuole – tenute aperte il pomeriggio, ma anche il sabato e durante le vacanze, come pure sarebbe previsto dal Miur, non solo per contrastare l’abbandono scolastico ma anche per gli adulti – si potrebbero organizzare laboratori linguistici, doposcuola, corsi di lingua intensivi e di rinforzo ma anche di musica e teatro e arte. Non solo per gli studenti, anche per gli adulti, cercando sempre di favorire l’incontro in parità. Si potrebbero tenere corsi di arabo e cinese, tibetano e urdu, o delle mille lingue africane a cui gli immigrati potrebbero partecipare, questa volta almeno, come protagonisti, docenti di lingua madre. Si potrebbero leggere insieme i giornali del mondo in parallelo a quelli italiani, bell’esercizio di critica civile.

Tra i laboratori rivolti agli studenti ma anche alle famiglie e più in generale agli adulti, durante le attività pomeridiane delle scuole, potrebbero esserci percorsi di alfabetizzazione e di rafforzamento della lingua italiana per i ragazzi stranieri e le loro famiglie, ma anche attività di orientamento, sostegno e recupero della dispersione e dell’abbandono rivolte a tutti gli studenti. Fondamentale è anche la costruzione di percorsi di sensibilizzazione ai temi dell’integrazione e di valorizzazione dell’identità culturale, già avviati attraverso singole iniziative progettuali.

Barattare servizi reciproci di prossimità. Si potrebbe pensare a una sorta di “banca del tempo”, uno sportello dove intercettare bisogni e trovare risorse, così da barattare servizi reciproci di prossimità. Si potrebbero fare cineforum, laboratori di scrittura e di teatro così da riscoprire le storie dei vissuti: le nostre storie urbane, le loro storie straniere, i desideri e i progetti di migrazione. Le nostre speranze comuni.

Si potrebbero organizzare sportelli civici, dove le persone possano trovare indicazioni per districarsi nella burocrazia quotidiana, magari con la collaborazione degli assistenti sociali e avvocati di strada.

Dall’incontro, dal contatto, dal rapporto in parità nascono a volte progetti bellissimi. Come quello del Museo dell’altro e dell’altrove, il Maam sulla Prenestina. Inizialmente gli street artist vennero invitati solo come presidio anti sgombero per un’occupazione abitativa. Poi dal rapporto tra abitanti e artisti è nato un luogo singolare a cui sarà molto difficile rinunciare, capace di contaminare felicemente per un anno il Macro, il Museo di arte contemporanea del comune di Roma.

Proposte sull’integrazione sanitaria. 
Un primo importante passo dovrebbe essere l’adozione di strumenti e programmi di educazione sanitaria, in particolare sul funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale e sui canali di accesso alla cura disponibili nel nostro paese; almeno negli ospedali e nei loro ambulatori dovrebbe essere previsto l’affiancamento di mediatori linguistici e culturali, differenziati per le molteplicità di culture e lingue. Questo potrebbe ridurre, se non eliminare, tutti quei fattori che condizionano l’accesso delle persone fragili, e non solo stranieri, ai servizi sanitari: il diritto all’accesso, la consapevolezza di questo diritto e il suo effettivo esercizio. Strumenti che devono essere rivolti al miglioramento dell’alfabetizzazione sanitaria. Non si tratta solo di aver accesso alle informazioni di base, di saper leggere gli opuscoli, quanto di saper utilizzare le informazioni per accedere ai servizi, prenotare visite, preservare la propria salute. Al san Gallicano, ad esempio, c’è uno dei migliori centri di ricerca sulla medicina delle migrazioni, che si avvale di mediatori linguistici e culturali, che va rafforzato e sostenuto.

Alcuni ancora troppo rari servizi sanitari riguardano la delicata questione della malattia mentale. Spesso frutto dei traumi provocati dal viaggio o dall’emarginazione, la sofferenza psichica fa fatica a venir comunicata, considerata come patologia dagli stessi pazienti, e trattata. Mentre la sindrome da stress post traumatico spesso colpisce chi ha affrontato grandi sofferenze e un viaggio spesso in condizioni estreme. Esempio pilota nel quartiere Centocelle, presso Casale Garibaldi, il Nodo Sankara interviene alla prime manifestazioni del disagio psichico con una équipe interdisciplinare e multilingue che include le dinamiche sociali, culturali e politiche nell’analisi della sofferenza e nella sua elaborazione, sostenendo la persona nel nuovo contesto di vita.
“La salute mentale non è una cosa da psichiatri chiusi nella loro stanza, ma è questione di comunità – sostiene Monica Serrano, di Nodo Sankara – Rifiutiamo il ruolo di contenere il disagio e il conflitto, e le persone. La salute mentale con i nuovi italiani ci ricorda che il clinico è politico e è utile se costruisce la polis. I migranti che incontriamo ogni giorno con le loro diagnosi di sofferenza psichica, con le loro singole storie di persecuzione violenza e privazione ma anche con le loro storie di ingegno e creatività e resistenza ci parlano della nostra storia contemporanea. Lavorare insieme ai migranti è una fortuna, ci dà la possibilità di esaminare da vicino un sistema che noi abitiamo e produce vite di scarto. Mi piace l’idea dei rifugi della pluralità, come fossero tanti semi che germinano in uno stesso luogo capaci di sovvertire le logiche dell’accoglienza come assistenza unilaterale, come parcheggio, come deposito di vite di scarto. Va radicalmente ripensato il sistema di accoglienza, rendendolo capace di fare cultura. Capire qual è il progetto di emigrazione della persona, qual è il presente e il suo passato per preparare il futuro. L’esempio della Pisacane ci mostra che è possibile per una scuola farsi quartiere: vorrei che ogni quartiere possa farsi scuola. Immagino un rifugio plurale come un luogo che crei economia solidale e circolare, lavoro e protagonismo. Un luogo da abitare e dove poter crescere, dove non essere soli: dove giovani e vecchi, vecchi italiani e nuovi italiani, stranieri e autoctoni, possano sentirsi a casa”.

Proposte sull’integrazione scolastica/educativa. La scuola dell’obbligo rappresenta l’ambito più adeguato per la promozione dell’inclusione sociale e delle pari opportunità. Una vocazione egualitaria e integrativa della scuola che viene sfidata dal fenomeno della “segregazione scolastica”, ovvero dalla concentrazione in determinate aree di gruppi di alunni dalle caratteristiche omogenee – privilegiati o svantaggiati – che determinano polarizzazione sociale e facilitano il riprodursi di disuguaglianze socioeconomiche.

I modelli di segregazione in ambito urbano presentano caratteristiche differenti in base alle specificità dei contesti locali. Nel caso di Roma la diffusione residenziale ha coinvolto anche i cittadini stranieri e ha fatto sì che un’ampia quota delle famiglie immigrate con figli in età scolare si sia insediata nei quartieri più periferici oppure nei centri della corona metropolitana. Tendenzialmente fino alla scuola secondaria di primo grado si frequenta la scuola del quartiere di residenza e i casi di iscrizioni in scuole di altri quartieri sono relativamente poco diffusi. Tuttavia, in diverse aree romane sono presenti scuole che mostrano una concentrazione di alunni stranieri polarizzata all’interno del medesimo plesso scolastico, che oppone grandi istituti con una percentuale di alunni stranieri molto elevata a istituti più piccoli con un’incidenza di stranieri esigua. E’ questo il risultato di scelte elusive da parte dei genitori di alunni italiani (cosiddetto “white flight”) assecondate dai dirigenti scolastici, ma anche dalla connotazione di alcuni istituti che, particolarmente attenti ai temi all’educazione interculturale, possono essere maggiormente attrattivi per le famiglie straniere.

Le Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione scolastica degli alunni stranieri emanate nel 2016 dal Miur e i risultati di alcuni studi svolti in diverse aree urbane italiane indicano alcune misure per rafforzare il processo di integrazione scolastica. Ad esempio il miglioramento della qualità di alcuni servizi complementari – mensa, doposcuola, sostegno all’apprendimento della lingua italiana per gli stranieri – nelle scuole che presentano una quota più elevata di alunni svantaggiati, anche per attrarre una popolazione scolastica più differenziata; l’organizzazione di percorsi di formazione all’intercultura per gli insegnanti che operano in contesti più spiccatamente multiculturali; la valorizzazione della diversità linguistica, con corsi facoltativi di insegnamento delle lingue di origine, non solo comunitarie, anche in collaborazione con le rappresentanze diplomatiche; il coinvolgimento delle famiglie di origine straniera nel progetto educativo dei figli, anche tramite attività di mediazione culturale e messaggi informativi plurilingue.

Più in generale, attraverso una stabile collaborazione con gli enti locali, è possibile stimolare la vocazione delle scuole a svolgere una funzione di agenzie territoriali, coinvolgendo non solo gli alunni e le loro famiglie, ma anche le associazioni, le comunità e altri soggetti sociali presenti sul territorio in attività rivolte al quartiere di tipo formativo, culturale, artistico, sportivo e ludico. Per favorire l’avvio di questo processo, come abbiamo già suggerito, le strutture scolastiche dovrebbero essere utilizzabili non solo in orario pomeridiano e serale, ma anche al sabato e almeno in parte del periodo delle vacanze estive.

Ci suggerisce Eraldo Affinati, insegnante e scrittore, oltre che animatore di una scuola per stranieri: “L’idea di una società si rispecchia nell’idea di didattica: la nostra è che si possa mettere insieme persone diverse. C’è un lavoro da fare, costruire un nuovo linguaggio, per riuscire a parlare anche nei luoghi difficili dove le tensioni sono fortissime, la rabbia serpeggia, l’inquietudine trionfa. Le parole, i linguaggi della politica dovrebbero essere legittimati dalle esperienze. Trovare queste nuove esperienze capaci di creare sintonie e entusiasmi, mettere insieme queste energie è il cantiere di lavoro che ci attende”.

5. Una proposta per Roma


Per una città come Roma, che ha un immenso patrimonio pubblico da recuperare, una proposta al tempo stesso simbolica e concreta è quella di dar vita ad uno o più rifugi di pluralità, non da qualche parte ai margini, ma nel cuore della città. Edifici che grazie al recupero e all’utilizzo del patrimonio pubblico, diventino luoghi di cura (anche temporanea), di accoglienza e di incontro, di risposta all’emergenza abitativa, ma anche di sostegno all’attività creativa e produttiva, di recupero di saperi e di materia. Luoghi, come ci insegnano Parigi e Riace, che non devono essere un costo per la comunità, ma che possono al contrario creare economia. Un’economia minima, di sussistenza, ma circolare e solidale.

Per essere concreti nominiamo alcuni luoghi, molto diversi tra loro per dimensione e per storia, tutti potenziali spazi per una “Roma plurale”. Il primo, se le necessità della pandemia non dovessero riportarlo alla funzione sanitaria, è l’ex rimessa dell’Atac di piazza Ragusa (quasi 20.000 mq), il secondo sono le ex caserme di via Guido Reni (45.000 mq), ma l’elenco degli spazi vuoti e in cerca di destinazione, dalle scuole dismesse alle caserme, alle fabbriche abbandonate è lunghissimo. Tutti, non solo questi, hanno le caratteristiche per diventare quella nuova forma di spazio pubblico che abbiamo cercato di descrivere, non luogo per ghettizzare o accrescere la marginalità di chi è già minoranza o di chi è per qualsiasi ragione fuori dal mercato, ma al contrario per dare centralità alla pluralità, alla diversità di storie, esperienze, lingue, costumi, saperi.

Luoghi come questi (tra le rimesse Atac spogliate delle loro funzioni anche quella di Prati in piazza Bainsizza, o di San Paolo in via Alessandro Severo, che l’amministrazione intende mettere a reddito) sono parte importante della storia passata e recente della città, luoghi di battaglie e progetti, di desideri e scelte amministrative.

Proviamo a guardare da vicino l’ex deposito Atac di piazza Ragusa, dismesso da vent’anni. E’ diviso in due enormi ambienti al piano terra e nei parcheggi interrati. Eppure è uno dei primi edifici Sta, come è scritto sulla sua facciata, acronimo dell’antica “Società privata di trasporti automobilistici”, di proprietà del gruppo Fiat. La prima parte della struttura, il fronte verso via Tuscolana e il grande edificio voltato, venne realizzata dall’impresa Stoeckler nel 1927 poi completato sul versante di piazza Ragusa con un edificio di 4 piani per uffici e residenze. Lì dove oggi campeggia un grande murale che raffigura Francesco Totti, mitico calciatore della Roma.

E’ stato affidato a un’impresa che dovrebbe valorizzarlo, e renderlo più appetibile sul mercato immobiliare. Finora ha ospitato iniziative sporadiche – la festa per il lancio di un canale tv, mercati agricoli, eventi sportivi, uno scoraggiante mercatino di Natale. Ma la collocazione fisica – non lontano da una fermata della Metro A, di fronte alla stazione Tuscolana e non distante dalla via Appia – lo rendono centrale. La rete Cinecittà bene comune propone di usare l’ex rimessa come luogo di servizi per il car sharing e il bike sharing, per officine di riparazione dei mezzi ecologici, biciclette soprattutto e distributori di ricarica veicoli elettrici, tutte attività che potrebbero, con altre, essere facilmente ospitate nel piano interrato. Il grande spazio del pianterreno, di 6.000 metri quadrati, potrebbe diventare invece un centro pubblico di accoglienza, di incontro e di convivenza, animato dalle capacità e dall’esperienza delle associazioni e dei comitati che da tempo si impegnano in questo campo.

Perché di questo Roma ha bisogno. Di luoghi, animati dalle invenzioni degli uomini di buona volontà, che che possano sconfiggere il senso di solitudine e di emarginazione di cui soffrono diverse fasce di abitanti. Riuscendo a mescolare energie, lingue, saperi, emozioni, culture. Dove possa battere il cuore di una Roma plurale.

6. Conclusioni


Come vivere insieme, persone diverse e uguali? Un suggerimento viene da Michele Colucci: “Va rimossa la differenza tra popolazione straniera e italiana, abbiamo una comunanza di destini e di prospettive. E’ un punto di vista che può farci pare un passo avanti, e va praticato nella vita di tutti – già si è cominciato, soprattutto in questo periodo di lockdown – perché si confrontino esperienze e bisogni e desideri di popolazioni così diverse che convivono nei nostri quartieri. Centrale è la questione della cittadinanza e del diritto di voto, dovremmo trovare la forza politica di affrontarla. C’è un grande protagonismo culturale e sociale che va riconosciuto e rafforzato”.
Ci sono, anche, battaglie da fare. E’ vero che il Centro di detenzione di Ponte Galeria è una struttura di competenza del ministero degli interni. Ma dovremmo combatterlo, suggerisce Caprioglio, come hanno fatto a Bari due cittadini con un ricorso in tribunale contro il centro di detenzione di Bari-Palese. Il tribunale di Bari ha condannato il ministero dell’interno. E’ un campo politico di intervento, suggerisce Caprioglio, che potrebbe toccherebbe impegnare anche il comune di Roma.

Ci riporta alla politica il contributo di Livia Turco, già ministra ma impegnata nel Cir e nell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP): “Dobbiamo costruire una cittadinanza plurale. E’ la sfida che ci pongono le seconde generazioni, certo, ma anche il fatto che la maggioranza degli immigrati sono lungo residenti. Eppure li consideriamo solo forza lavoro: hanno qualche diritto, la scuola e la sanità, ma non partecipano al dibattito pubblico. Come costruire una cittadinanza plurale? Possiamo continuare a considerarli non-cittadini? Come costruire percorsi in cui questi nuovi italiani diventano parte della dimensione pubblica? L’interazione è poco praticata. L’associazionismo delle donne italiane da una parte, dall’altra quella delle donne immigrate, e raramente si incontrano. Dobbiamo impegnarci in pratiche e percorsi politici, che favoriscano l’interazione. Se si vuole che la città plurale diventi generatrice di una cittadinanza plurale servono nuove pratiche, al di fuori della scuola e dei luoghi di lavoro. E invece è fondamentale coinvolgere questi nuovi cittadini nella polis, nello scenario politico, nella sfera pubblica. Sì, parlo del diritto di voto, almeno quello amministrativo. Non ripropongo il consigliere aggiunto e la commissione specifica, che in passato hanno mostrato i loro limiti, ma vorrei che inventassimo un percorso in cui si possa coinvolgere questi nuovi cittadini per decidere insieme i problemi di questa città. Perché non proporre che nelle liste delle prossime amministrative siamo candidati anche anche loro? Siamo uno dei pochi paesi dove nella vita pubblica quasi non ci sono persone migranti”.

Riferimenti bibliografici

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